Il paradosso degli atleti con disabilità che gareggiano alle Olimpiadi ma sono esclusi dai gruppi sportivi militari

C'è un'atleta che compete ai Giochi Olimpici, batte avversarie da tutto il mondo, sale sui podi internazionali. Eppure, quando prova ad accedere a un gruppo sportivo militare, cioè uno degli strumenti con cui lo Stato italiano sostiene le carriere degli atleti d'élite, si sente dire di no. Non per i suoi risultati. Non per la sua preparazione. Ma per una diagnosi.
È il paradosso al centro dell'iniziativa annunciata il 17 giugno 2026 dall'Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità: un Tavolo tecnico dedicato agli atleti e alle atlete con disabilità minima o patologie croniche compensate (come il diabete) pienamente inseriti nei circuiti olimpici ordinari, ma bloccati da automatismi normativi nell'accesso ai gruppi sportivi militari e delle Forze di Polizia.
Una zona grigia tra olimpici e paralimpiciIl sistema attuale non sa dove collocare questi atleti. Non sono paralimpici, per i quali esistono già percorsi specifici, ma non sono nemmeno "olimpici" nel senso pieno della norma. Il risultato è un'esclusione automatica da canali di supporto professionale ed economico ai quali tutti gli altri possono accedere, senza che vi sia alcuna valutazione individuale delle reali capacità.
Valutazione individuale, non categorie astratteIl Collegio dell'Autorità Garante, composto dal presidente Maurizio Borgo, dal Componente Vicario Francesco Vaia e dal Componente Antonio Pelagatti, è chiaro: non si tratta di abbassare le soglie sanitarie, ma di eliminare gli automatismi che sostituiscono una diagnosi a una valutazione concreta. Un atleta con diabete ben compensato che gareggia a livello olimpico dovrebbe essere valutato per i suoi risultati e la sua idoneità medico-sportiva certificata, non scartato a priori per una categoria normativa obsoleta. Lo strumento proposto è l'accomodamento ragionevole, principio cardine della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità: adattare le regole esistenti per garantire pari opportunità reali a chi ha le capacità per partecipare.
Perché è anche una questione economicaI gruppi sportivi militari (Fiamme Oro, Fiamme Gialle, Gruppo Sportivo Esercito) garantiscono agli atleti d'élite stipendio, strutture, staff tecnico e copertura previdenziale. Esserne esclusi significa dover scegliere tra carriera sportiva e stabilità lavorativa: una scelta che i colleghi senza disabilità, a parità di risultati, non sono costretti a fare.
Il Tavolo: chi partecipa e cosa si cercaAl Tavolo siedono Ministero dell'Interno, della Difesa, dell'Economia, della Giustizia, per lo Sport e i Giovani, per le Disabilità, CONI e CIP. L'obiettivo è duplice: mappare le casistiche oggi penalizzate e costruire una soluzione condivisa, attraverso un accomodamento ragionevole o, se necessario, una modifica legislativa. Un approccio sistemico, non un'eccezione caso per caso.
Un passo verso uno sport davvero inclusivoIl principio è semplice: quando una persona con disabilità gareggia nelle competizioni ordinarie, l'ordinamento deve evitare che la sua condizione diventi, da sola, motivo di esclusione automatica. Non è uno sforzo straordinario, è il minimo che uno Stato di diritto dovrebbe garantire. Il Tavolo tecnico è un primo passo concreto. Ora si tratta di trasformarlo in risultati.
Luce




