Il clan Orellana, il maxi processo a Lima e la donna del mistero. Ricercata dal Perù, arrestata a Milano, ora i giudici la liberano

Milano – Per la giustizia peruviana Julia Luisa Ojeda Seijas è considerata tra i componenti del “clan Orellana”, un’organizzazione criminale, ora al centro di un maxi-processo che si sta celebrando a Lima, capeggiata dall’ex avvocato e imprenditore Rodolfo Orellana, che tra il 2002 e il 2015 aveva imbastito una rete di corruzione e riciclaggio di denaro coinvolgendo funzionari pubblici, magistrati e uomini d’affari: uno dei più grossi scandali nella storia recente del Paese sudamericano.
L’arresto a MilanoLa donna, ex moglie di Churchill Orellana, figlio adottivo di Rodolfo, arrestata a Milano, nei giorni scorsi è stata rimessa in libertà dalla Corte d’Appello, che ha respinto la richiesta di estradizione avanzata dal Perù perché nelle carceri di quel Paese rischierebbe di essere sottoposta a “trattamenti inumani e degradanti”. Un delicato caso diplomatico e giudiziario, finito sul tavolo dei giudici milanesi, con al centro la figura misteriosa di una donna nata 44 anni fa a Lima e dal 2017 residente in Svezia, dove ha un nuovo compagno e figli minorenni.
Il suo arresto, eseguito dalla polizia, è scattato il 24 marzo 2025, durante un soggiorno a Milano, quando dai controlli è emerso che a suo carico pendeva un mandato di cattura internazionale emesso nel 2023 dall’autorità giudiziaria peruviana. Da allora è rimasta sottoposta all’obbligo di firma, con divieto di espatrio, in attesa del procedimento per l’estradizione arrivato a sentenza mercoledì scorso.
La accuse a carico della donnaA carico della donna pesanti accuse, legate allo “scandalo Orellana“: associazione per delinquere e riciclaggio di denaro. Una società che nel 2011 aveva creato con il marito dell’epoca, Churchill Orellana, sarebbe servita come “schermo per il transito di denaro di provenienza illecita”. È sono una delle operazioni sospette emerse dalle indagini in Perù, al centro del processo in cui Ojeda Seijas è tra gli imputati, in contumacia.
Una “gravità dei crimini oggetto del mandato di arresto internazionale” che, sulla base dei trattati che regolano la cooperazione giudiziaria tra Italia e Perù, aveva portato la Procura generale di Milano a esprimere parere favorevole all’estradizione. Estradizione a cui invece si è opposta la difesa, con l’avvocato Alexandro Maria Tirelli dello studio International Lawyers Associates, puntando sulla prescrizione del reato associativo, sulla “prospettata violazione dei diritti umani” in Perù e sul rischio di “un trattamento deteriore anche a livello processuale, avendo già subito pressioni al fine di rendere dichiarazioni accusatorie nei riguardi di altri soggetti”.
La decisione della Corte d’AppelloI giudici della quinta sezione penale della Corte d’Appello di Milano, competente sulle estradizioni, hanno chiesto quindi chiarimenti al Perù anche sul carcere di destinazione, il penitenziario femminile di Chorrillos. La situazione critica delle carceri peruviane, emersa anche da report di organizzazioni internazionale su sovraffollamento cronico, maltrattamenti e divieti di “leggere e scrivere”, è stata infine determinante nella decisione dei giudici. “Anche a prescindere dalla parziale prescrizione degli addebiti – si legge nella sentenza – la Corte ritiene assorbente la sussistenza della causa ostativa alla consegna rappresentata dalla persistenza di un pericolo di sottoposizione a trattamenti inumani e degradanti”.
Sentenza che ha revocato quindi l’obbligo di firma, restituendo alla donna il passaporto e consentendole di tornare in Svezia. “Esprimo piena soddisfazione per la decisione adottata dalla Corte d’Appello – spiega l’avvocato Tirelli – frutto di un’approfondita disamina del fascicolo e di un’elaborazione giuridica di particolare pregio, che testimonia l’elevato livello di attenzione e di rigore con cui il Collegio ha affrontato le complesse questioni sottoposte al suo esame”.
Il Giorno



