Pat Metheny all’Arcimboldi: “I miei primi 50 anni (di carriera). La regola è: mai guardarsi indietro”

Milano – Che suggestione ritrovare, in un concerto di Pat Metheny, momenti straordinari sedimentati nel tempo. Come accade nello spettacolo con cui il chitarrista di Lee’s Summit torna il 9 luglio Arcimboldi affiancato da Chris Fishman al pianoforte e tastiere, Jermaine Paul al contrabbasso e Joe Dyson alla batteria.
Pat, sono passati cinquant’anni dal suo primo album “Bright size life”. Cosa ricorda?
“Sembra ieri. Penso che per alcuni musicisti guardarsi alle spalle significhi riflettere su ciò che è stato con tutte le implicazioni nostalgiche del caso. Io no, non provo nulla di tutto questo. I brani riusciti, mi sembrano belli e utili oggi quanto allora. Per niente invecchiati”.
Tanto in studio che dal vivo, cosa ha aggiunto l’ultima fatica discografica “Syde-Eye III+” al suo percorso artistico?
“Godendo davvero di un’ottima band, anzi, una delle migliori che abbia mai avuto, i brani sono di una qualità capace di renderli dal vivo particolarmente entusiasmanti; possiamo, infatti, suonare questa musica tutte le notti e trovarci ogni volta qualcosa di nuovo. Ne sono entusiasta”.
Con che criterio individua le cover da proporre in concerto?
“Avendo concepito questo gruppo sull’impronta di un paio delle mie band precedenti, ho trovato interessante riprendere alcuni brani scritti anche trenta o quarant’anni fa e che non suonavo da diverso tempo. Alcuni dei quali, tra l’altro, richiesti espressamente da alcuni tra i musicisti più giovani della band. La cosa mi ha fatto molto piacere e la sera mi diverto parecchio a risuonarli”.
Potendo eseguire la cover di un pezzo italiano, cosa sceglierebbe?
“Probabilmente un’aria di Puccini o di Verdi, ricca d’armonia, tratta da una delle loro opere straordinarie”.
Vista la presenza nella scaletta di questo tour di brani del Pat Metheny Group come “Phase dance”, “The first circle”, “Song for Bilbao” o “Are you going with me?”, ha mai pensato ad uno spettacolo focalizzato sulla vostra produzione anni ’80-’90?
“Conosco diverse persone che ragionano in questi termini, ma io non sono una di quelle. In più di un’occasione c’è stato chi m’ha fatto notare: “Sono passati 25 anni dall’uscita di questo disco…“ Oppure: “Guarda che è il trentennale di quella formazione…”, e così via. Ma la mia vita artistica non è divisa per capitoli, non esistono punti e a capo: è tutta un’unica, lunga, storia, con momenti e personaggi diversi che entrano ed escono dalla narrazione. E la trama è legata alle persone meno di quanto non lo sia alla storia sviluppata nel tempo attraverso il linguaggio della musica”.
Vale a dire?
“L’idea che il Pat Metheny Group sia qualcosa di distinto da “Bright size life“ o da “Side-Eye III+“, dalla “Unity Band“ o da “Orchestrion“ mi sembra strana. Per me si tratta della stessa cosa perché, letteralmente, tutto funziona allo stesso modo. Anche se sento il bisogno di dare un nome a ciascun progetto, ogni situazione che creo nei panni di bandleader ha lo stesso obiettivo: trovare il modo migliore per raccontare una storia”.
La narrazione innanzitutto.
“Dalla mia discografia emerge chiaramente che ogni tappa del percorso si è concentrata su musica scritta da me per il 90%, se non di più. Ogni volta, poi, il mio compito di leader è stato quello di individuare i musicisti più idonei a realizzare nel modo migliore ciò che avevo immaginato. E se da questo processo sono nati brani particolarmente riusciti, penso di potrli suonare in cento modi diversi, con cento formazioni diverse. Credo, infatti, che il solo principio-guida di ogni rilettura debba essere quello di onorare ciò che ha permesso a quel brano di arrivare alla gente. Diversi anni fa, Ornette Coleman mi suggerì una preziosa regola di vita: “Se ci riesci, evita sempre di guardarti indietro“. Parole d’oro”.
Il Giorno




