Le mosse di Meloni: niente militari in Ucraina e un ambasciatore a Mosca vicino a Salvini

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Le mosse di Meloni: niente militari in Ucraina e un ambasciatore a Mosca vicino a Salvini

Le mosse di Meloni: niente militari in Ucraina e un ambasciatore a Mosca vicino a Salvini

Il caso

Riunione della presidente del Consiglio sulla guerra: "Non inseguiremo il bellicismo della Francia". Poi dalla Farnesina la nomina di Beltrame in Mosca, già consigliere del capo leghista ai tempi del Viminale

Non inseguire gli istinti “bellicisti” della Francia in Ucraina. Ma continuare a spingere sul lodo “articolo 5 della Nato” per Kyiv. Ne va della considerazione dell’opinione pubblica, ma anche della compattezza della maggioranza. Il rientro di Giorgia Meloni si gioca su due tempi.

Di prima mattina la riunione sull’Ucraina con i ministri e i sottosegretari interessati al dossier (roba di venti minuti o poco più) nel primo pomeriggio il Consiglio dei ministri, altrettanto lampo, seppur con una nomina non banale: quella del nuovo ambasciatore a Mosca, Stefano Beltrame, consigliere politico di Giancarlo Giorgetti al ministero dell’Economia e prima ancora di Matteo Salvini al Viminale ai tempi dei gialloverdi (con precedente esperienza in Veneto con il primo Zaia governatore). Meglio procedere per gradi. Prima di pranzo la premier riunisce i vice Matteo Salvini (in videocollegamento), Antonio Tajani, più il ministro della Difesa Guido Crosetto. Il capo del Carroccio è silente. La nota di Palazzo Chigi nel pomeriggio è dritta: “Non è prevista alcuna partecipazione italiana a un’eventuale forza multinazionale da impegnare in territorio ucraino”. Mentre sono al vaglio ipotesi di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini solo una volta raggiunta la cessazione delle ostilità. Le mosse di Francia e Gran Bretagna sono dunque rispedite ai mittenti. Anche la possibilità di utilizzare l’esercito per sminare il territorio ucraino viene diluita a una seconda fase. “La guerra non finirà domani”, dice Tajani.

Allora forse proprio per questo è arrivata la nomina di Stefano Beltrame come nuovo ambasciatore a Mosca al posto di Cecilia Piccioni, che andrà a guidare la Direzione generale per gli affari politici e di sicurezza della Farnesina, fresca di riforma. La Lega da tempo si spendeva per questo diplomatico, a partire da Giorgetti che lo scorso giugno aveva puntato i piedi in Consiglio dei ministri perché la Farnesina non gli aveva concesso la prestigiosa sede di Buenos Aires. Alla fine è arrivata Mosca, in pieno conflitto con l’ Ucraina. Una scelta che fa contenta la Lega. Beltrame fu la feluca di Salvini nel periodo viminalizio gialloverde, caratterizzato da una grande vicinanza anche fisica dell’allora vicepremier con Mosca. Dal viaggio a Mosca nell’ottobre del 2018 (con in mezzo il mistero del Metropol) alla visita di Putin a Roma l’anno dopo. Una mossa che può sembrare spregiudicata per questioni di opportunità politica, ma che sembra sia stata avallata da tutti i vertici delle istituzioni a partire dalla premier Meloni. Realismo politico? Sicuramente. Il tentativo di cercare un canale diplomatico con il Cremlino nonostante il diciannovesimo pacchetto di sanzioni in arrivo? Anche questa è un’ipotesi più che solida. Si tratta comunque di un ambasciatore di primo livello, che quindi rappresenta la repubblica, con alle spalle un robusto curriculum. Di lui in queste ore si ricorda la tela predisposta per Salvini nel 2018 anche negli Usa in occasione di una visita con l’allora vicepresidente di Trump, Mike Pence. In mezzo l’Austria e l’Asia, che gli consentirà di giocare un ruolo non marginale nella costruzione dell’esperienza “Via della seta”, memorandum contiano annullato per sempre poi dal governo Meloni. Alla fine però resta la scelta politica di queste ore di nominarlo a Mosca. Un segnale figlio dei tempi e anche della dottrina Trump che spinge per avere comunque rapporti con la Russia nonostante tutto. Insomma, un tentativo diplomatico può sempre avere senso, soprattutto se placa anche i continui distinguo di Salvini sulla guerra. Per il resto il governo ribadisce, per bocca di Tajani, che non ci sarà alcun invio di militari italiani. E anche sulle operazioni di sminamento vige la cautela: tutto troppo prematuro e per quelle in mare ci sarebbero comunque aziende private. Il resto può aspettare. A partire dalle regionali . L’ipotesi che Meloni aspetti il risultato delle Marche a fine settembre per decidere sul candidato del Veneto, dove si voterà a fine novembre, non è peregrina.

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