La truffa del “Piano casa” di Meloni, l’operazione è una scatola vuota: niente per i senzatetto, un affare per chi specula

La solita propaganda sulla pelle dei bisognosi
L’operazione è una scatola vuota: stanzia la miseria di 970 milioni spalmati su 5 anni per recuperare 60mila alloggi vuoti (su più di 100mila), tra fondi immobiliari e riscatti per fare cassa
Nel pieno dell’emergenza abitativa e dopo decine di annunci andati a vuoto il governo Meloni ha presentato il proprio “Piano Casa”. Purtroppo non è quel che serviva e servirà. L’Italia ha infatti bisogno di una strategia nazionale ambiziosa sul tema dell’abitare e che parta da alcune considerazioni inconfutabili: molti non ce la fanno e quello della Casa è un diritto non più realmente garantito. Per questo insistiamo: serve una strategia che rappresenti una svolta vera e profonda in un Paese che troppo spesso ha visto le classi dirigenti ritenere il “mercato” come l’unico vero terreno di gioco per affrontare la questione abitativa, affermando un arretramento progressivo dell’interesse pubblico. Il Piano del governo Meloni, purtroppo, al di là delle apparenze si configura in parte come un’occasione persa e in parte come un elenco di intenzioni piuttosto ambigue e pericolose. Vediamole.
Siamo stati i primi, come PD, nel campo politico, in questi anni, a denunciare lo scandalo rimosso delle “case popolari vuote”. Lo stesso hanno fatto i sindaci, le organizzazioni sindacali, numerosi soggetti del terzo settore. Il governo annuncia oggi l’intenzione riguardante il recupero di 60mila alloggi inutilizzati, poiché bisognosi di interventi di manutenzione e recupero. Si dovrebbe poter dire una sola cosa: finalmente. Invece, lo affermiamo con profondo rammarico, l’operazione non è quel che vuole apparire. Innanzitutto vi è un tema di sottostima del numero effettivo degli appartamenti inutilizzati, in Italia esistono infatti almeno centomila case vuote di proprietà pubblica (nella sola Lombardia si supera il numero delle 33 mila abitazioni inutilizzate, di cui 23mila di proprietà regionale!). Dunque un intervento indispensabile, sul piano sociale e “civile” relativo al recupero dello sfitto dovrebbe essere più ambizioso e soprattutto dovrebbe fondarsi su risorse molto significative. Il contrario di quel che avviene oggi. Al “capitolo” vengono infatti destinati 970 milioni “spalmati” su 5 anni, si tratta di fondi già presenti, non si è di fronte a nuovi investimenti. Sono poi risorse non adeguate: nel 2026 116 milioni, nel 2027 216 milioni, nel 2028 228 milioni, nel 2029 180 milioni, nel 2030 230 milioni. A questo ritmo, secondo le nostre stime, per recuperare l’intero patrimonio inutilizzato servirebbero almeno 20 anni! In altre parole: il governo annuncia un intervento strutturale, ma mette sul piatto risorse insufficienti.
2) L’articolo 5 del decreto favorisce il riscatto degli alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica e lo fa con una certa disinvoltura. Non per reinvestire risorse in interventi volti a rispondere all’emergenza abitativa, ma per ridurre il debito pubblico. In altre parole siamo di fronte a un “Piano Fanfani all’incontrario”. Se nell’Italia del Dopoguerra, e in diversi provvedimenti successivi, si tentava di dare vita ad un grande disegno riformatore per offrire una risposta alla domanda sociale attraverso la realizzazione di alloggi popolari, impiegando risorse pubbliche, qui avviene l’opposto. Non esistono risorse per creare nuovi alloggi pubblici, di cui avremmo invece un enorme bisogno e si accelera una tendenza già sperimentata nel tempo, quella di rendere riscattabili le case popolari senza che le risorse derivanti da simili operazioni vengano poi destinate ad affrontare l’emergenza abitativa. Del resto questa impostazione è figlia della filosofia del governo Meloni. Quanti alloggi pubblici ha infatti realizzato il governo in questi anni? Zero. Tutto ciò, inoltre, come ha denunciato la presidente della Commissione speciale sulla Casa del Parlamento europeo Irene Tinagli “rappresenta un disallineamento rispetto agli indirizzi europei più recenti che vanno nella direzione opposta, raccomandando un rafforzamento delle politiche e dell’ERP, come prima linea di difesa per arginare la crisi abitativa, e la permanenza di questo stock nel tempo.” Nella presentazione del Piano è stata data poi grande enfasi alle forme “ibride” capaci di rispondere ad una domanda abitativa riguardante il ceto medio impoverito, la cosiddetta “zona grigia”. Ma l’impressione che si ha è che l’Edilizia Residenziale Sociale delineata dal Piano Casa sia pensata nella logica dei grandi fondi di investimento. Non stupisce e diciamolo chiaramente: l’Italia anche in anni recenti ha visto un protagonismo eccessivo dei fondi immobiliari che senza restituire vantaggi tangibili alla collettività hanno operato nella direzione di trasformare le città. Il Piano Casa pensato dal governo sembra assecondare questa tendenza in modo estremamente pericoloso.
È infine impressionante l’elenco di questioni omesse dal “Piano”. C’è molta propaganda di stampo allarmistico (come se la casa fosse prima di tutto un tema d’ordine pubblico) e zero risorse alla voce “sostegno all’affitto”. Non solo. Non si fa alcun riferimento a interventi legislativi, sempre più necessari, per regolamentare il fenomeno degli affitti brevi, o a interventi che riguardino la qualità dell’abitare, sia in termini di efficientamento energetico e sostenibilità che sulla presenza di servizi alla persona nei condomini ERP o ERS. Non esistono interventi riguardanti il diritto allo studio, in un Paese che nel campo degli studentati ha visto crescere tentazioni speculative né in relazione alla necessità di adeguare sul piano dell’accessibilità per le persone con disabilità e scarsamente autosufficienti ambienti comuni e luoghi di socialità. In altre parole daremo battaglia (su partitodemocratico.it le nostre proposte).
*Segreteria nazionale PD **Responsabile Forum politiche abitative del PD
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