Fabio Capello: "Rifiutai la Cina per mia moglie. Con Pasolini parlavo di calcio, Berlusconi mi disse di studiare da manager Fininvest”

Milano – Don Fabio Capello, auguri. In realtà se nessuno vedesse la sua carta d’identità sarebbe difficile darle 80 anni...
“Grazie, qualche piccolo acciacco a livello fisico non manca. Però mi sono mantenuto bene e soprattutto non mi tingo i capelli che restano naturali”.
E poi, come si dice in certi casi, l’importante è restare giovani dentro...
“Ho basato la mia vita su pochi ma essenziali concetti: educazione, disciplina, rispetto e lavoro. Così resto sempre sul “pezzo“ e non mi annoio...”.

Riavvolga il film dei suoi primi ottant’anni: e mi parli di quel ragazzo di Pieris che tirava calci al pallone sulle rive dell’Isonzo, diventato prima giocatore di serie A e poi un tecnico vincente nel mondo. Qual è la prima cosa che le viene in mente?
“Ripenso sempre da dove sono partito. E quindi mi rivedo giocare a due passi da casa con i miei amici. Avevo uno zio calciatore (Mario Tortul, ndr), e pensavo spesso: Vorrei diventare come lui. Ci speravo davvero. E poi pian piano quel sogno è diventato realtà”.
Fra campo e panchina, il ricordo più bello?
“Ce ne sono tanti, un’infinita scalata di emozioni dove ogni gradino sembra piu bello di quello precedente. Se proprio dovessi scegliere un episodio allora dico Wembley, novembre 1973, in casa dei maestri del football. La mattina del match un tabloid di Londra aveva titolato in maniera provocatoria: “Stasera 20mila camerieri allo stadio“, offendendo i nostri connazionali che lavoravano all’estero. Gli inglesi avevano promesso di dedicare il successo alla principessa Anna. Invece vincemmo noi 1-0 con un mio gol, a fine gara mi presentai davanti ai giornalisti e dissi che avevo segnato per l’onore dei 20mila camerieri. Che soddisfazione. A casa loro”.

E il trofeo più prezioso nella sua bacheca?
“La Champions League del 1994 vinta ad Atene col mio Milan. Rifilammo 4-0 al Barcellona allenato da Cruyff, lui per un mese aveva raccontato a tutti che per i catalani sarebbe stata una formalità perché erano troppo superiori. Dopo quella partita avranno cambiato idea”.
E invece l’episodio che vorrebbe dimenticare?
“Mi è rimasto sul groppone il gol-fantasma di Lampard del 2-2 contro la Germania negli ottavi di finale dei Mondiali del 2010. Un incubo, dopo tanti anni la rabbia non mi è ancora passata. Allenavo un’Inghilterra davvero forte, potevamo fare strada. Ma dico io, non potevano mettere prima goal line technology e Var?”.

Altro passo indietro nel tempo. Il sessantesimo compleanno invece lo festeggiò malissimo nel 2006: Juventus in B e scudetto revocato. Brucia ancora?
“Certe ferite restano dolorose per sempre. Fu una doccia gelida, ma io sono una persona onesta: magari sugli almanacchi e nell’albo d’oro non ci sarà scritto il nome della Juventus, ma nella mia testa il titolo lo conquistammo noi. Eravamo troppo più forti degli altri, lì vincere non era qualcosa di straordinario, ma un’abitudine”.
Lei ha girato il mondo: c’è un posto che le manca?
“Ho raggiunto tutto ciò che desideravo, allenando poi in città bellissime e in piazze prestigiose, quelle che inseguivo quando cominciai da giovane calciatore prima di arrivare in serie A e poi in nazionale”.

E in Italia?
“Tutte meravigliose: il Milan, la Roma, la Juventus. Insomma, il meglio. Però a qualcosa ho dovuto rinunciare all’estero, per amore verso mia moglie...”
Vero, la Cina...
“Esatto. Mi chiamarono offrendomi la panchina del Suning, il gruppo che a quei tempi controllava l’Inter. Mia moglie Laura mi aveva seguito ovunque, non ricordo neppure tutti i traslochi fatti, ma in quella circostanza non se la sentiva. Capii presto che non potevo stare senza di lei, così avvisai i cinesi che per ragioni, diciamo sentimentali, avrei rinunciato. Loro capirono”.
Non potevo stare senza mia moglie Laura, così avvisai i cinesi che per ragioni sentimentali avrei rinunciato all’incarico
Per la gioia della sua signora...
“Quando si sta insieme da cinquantasette anni ci saranno molti buoni motivi per apprezzarci reciprocamente. Abbiamo la fortuna di condividere tante passioni e in casa non si parla mai di calcio: passiamo ore insieme fra mostre di quadri e concerti alla Scala”.
Nel calcio ha avuto più amici o nemici?
“Non lo so, o forse non li conosco. Mi riferisco ai nemici o agli invidiosi. Come le dicevo frequento poco l’ambiente del pallone ed è stata la mia fortuna perché mi sarei stressato anche se Pier Paolo Pasolini con me preferiva parlare più di calcio che di cinema. Gli amici sono quelli con cui ho lavorato e che magari sento ogni tanto”.

Sentiva spesso anche Silvio Berlusconi?
“Al Cavaliere sarò sempre riconoscente. Quando prese il Milan mi disse che avrei dovuto studiare da manager in Fininvest, sarebbe servito per il giorno in cui mi avrebbe messo in panchina. Ha avuto ragione. Però non mi diede retta quando gli consigliai di non prendere Ronaldo. Fece di testa sua... Gli unici geni della storia del calcio sono stati Pelè, Maradona e Messi”.
Il Cavaliere non mi diede retta quando gli consigliai di non prendere Ronaldo. Fece di testa sua
Da commentatore tv pacato ed equilibrato si trova a suo agio nei salotti dove qualcuno alza un po’ troppo la voce?
“Dico quello che penso e senza mai essere prevenuto. I miei giudizi sono espressi sempre in base a cio che vedo. Poi gli altri sono liberi di esprimersi come vogliono, quel che mi dà fastidio è la maleducazione. Proprio non la sopporto”.
Oggi qualche suo collega più giovane dice: “Mi ispiro al modello Guardiola“. Mai nessuno che dicesse mi ispiro a Capello, Lippi o Sacchi...
“Forse diranno che sono ‘all’antica’, la verità è che il calcio italiano si è innamorato troppo della tattica, cercando di copiare modelli come il guardiolismo senza avere sempre i giocatori adatti. Nei settori giovanili si lavora troppo sugli schemi e troppo poco sulla tecnica. E i risultati si vedono. Io licenzierei chi fa fare solo tattica ai bambini”.
Forse diranno che sono ‘all’antica’, la verità è che il calcio italiano si è innamorato troppo della tattica
Chiuda gli occhi, esprima un desiderio e si faccia un regalo per i suoi 80 anni...
“Intanto alla mia età è bello vivere giorno dopo giorno. Però mi faccia pensare, è vero che ho girato per il mondo ma un desiderio ce l’ho: un viaggio all’isola di Pasqua. Però ci vogliono due giorni per arrivare, mi sa che è troppo lungo...”.
Il Giorno




